Consigli su come usare Instagram.

Chi mi segue sui social, soprattutto su Instagram, avrà notato un cambiamento delle foto che carico. Da novembre sto lavorando in maniera più assidua e sistematica alle foto che pubblico, anche se le foto restano comunque il mio tallone d’Achille. Metto in coda un corso di fotografia, in fondo ad una lunga lista di cose che vorrei e dovrei fare.

E’ tutto lavoro in corso, sto sperimentando nuovi set e nuovi accostamenti per capire cosa mi rispecchia di più e cosa sento vicino all’idea che voglio dare di “Vecchi Merletti”. Sto anche osservando tantissimo gli altri profili perché secondo me l’occhio va allenato al bello.Continua a leggere…

Una visione impopolare e personale del patchwork e del quilting.

Il mio amore per il patchwork ha origini lontane, nell’autunno 2006 mi innamorai di questa tecnica e iniziai a leggere tutto quello che trovavo su internet. Non avevo mai cucito a macchina, una macchina da cucire non la possedevo neanche. Nonostante avessi fatto diversi lavori e cucito svariate volte a mano, la macchina proprio mi mancava.

Fu così che decisi di avvicinarmi al patchwork e alla macchina da cucire con un corso base. Era il 2007.

Con alti e bassi ho sempre mantenuto l’interesse per questa tecnica, sempre fedele ad una mia visione del patchwork che ritengo del tutto personale. Una visione che definirei…impopolare.

Personalmente non ritengo che la perfezione del blocco sia da rincorrere a tutti i costi come non credo che bisogna sempre e comunque trovare l’abbinamento perfetto dei tessuti. Anzi, trovo spesso certe scelte ridondanti (ad esempio, realizzare una stella con un tessuto con le stelle, davvero?!)

Mi piace l’idea del quilt (una trapunta patchwork) come oggetto di famiglia, da tramandare ai posteri, e realizzato spesso con tessuti di recupero, il cui scopo, prima che ornare sia riscaldare.

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I due insegnamenti del libro “Ricette per un anno da freelance” di Mariachiara Montera

Torna la sezione dedicata ai libri per noi creative, qui trovi il primo libro recensito.

Oggi vi parlo del libro “Ricette per un anno da freelance” di Mariachiara Montera.

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Come l’altra volta farò libera interpretazione di quanto scritto per calarlo ad un mondo più mio, Mariachiara infatti si occupa più di organizzazione eventi e di area food.

Questo libro è una delle risorse gratuite per kindle (non saprei se si trova anche per altri e-reader), in ogni caso, i libri per kindle si possono leggere anche da altri dispositivi (pc, smartphone). Vi consiglio di scaricarlo, si legge velocemente e può dare qualche punto di riflessione, soprattutto per chi è alle prime armi.

In breve, l’autrice, fa un punto della situazione del suo primo anno da freelance, lasciandoci qualche consiglio.

#1: Comunicare, fare self branding e networking

“[…] personal brandig vuol dire comunicare chi siete, cosa fate, qual’è la vostra identità professionale e per quali motivi potrebbe essere piacevole lavorare con voi.”

Per quanto mi riguarda, faccio un po’ di fatica nel calarmi in questo lavoro, forse perché io per prima trovo la mia “identità professionale” a volte molto fumosa e, quando comunico, faccio fatica a conciliare e a mettere assieme i miei diversi interessi. Di cosa mi voglio occupare? Come voglio essere identificata? Sono quella che fa i bavaglini? Quella che fa le tracolle? Mi sembra riduttivo “chiudermi” dietro un solo aspetto ma mi perdo quando devo parlare del tutto.

“Non si tratta di chiacchierare, ma di selezionare e scegliere: cosa dire, quanto dire, quali pezzi di voi proporre, quali collaborazioni mettere in luce, su quali social stare e come usarli. Lamentarsi, gioire, includere, condividere, criticare, complimentarsi: mostrare al mondo, insomma, come state al mondo, come lo guardate, il modo in cui lo girate, cosa vi piace e ci appassiona.”

Comunicare, fare costante esercizio, perché non è così scontato come può sembrare.

Sul networking: “[…] da quando mi sono messa in proprio non ho mai cercato nessun lavoro, ma è il lavoro e chi poteva propormelo che hanno cercato me.”

Mariachiara aggiunge:

“Tutto questo significa riuscire a chiacchierare con diverse persone, metterle in contatto fra loro con generosità, essere costantemente presente in ambiti diversi (social, food, fashion) perché è nelle intersezioni che nascono le cose più interessanti.”

Quindi, comunicare, comunicare e comunicare.

Credo che per comunicare bene ci voglia attitudine, oppure, esercizio e costanza.

“[…] da freelance tocca restituire un’immagine brillante di sé, che invogli le persone a voler avere a che fare con te: questo implica che anche se quel giorno mi sono svegliata con la voglia di morire, brutta, alla mercé di imprevisti e sciagure, con l’ansia che potrei cominciare a bere gin dal mattino, anche quel giorno tutto quello che uscirà dal mio corpo per approdare sui social sarà un allegro buongiono! unito a un link brillante e sagace al servizio dei miei lettori. non si tratta di essere sempre felici, ma bisogna fare i conti con il fatto che il malumore genera malumore.”

Trovare un equilibrio tra l’essere veri e il non lagnarsi della vita è, secondo me, il fine ultimo sia sui social che nella vita personale. In ogni caso è un interessante punto di riflessione. Sarebbe bello sapere cosa ne pensate voi a riguardo.

E, come aggiunge successivamente l’autrice: “[…] la positività è un’attitudine necessaria per sopravvivere alla condizione di freelance, […].

#2 Il tempo e il prezzo

Uno dei grandi problemi di noi creative che dobbiamo occuparci di tutto è quello della gestione del tempo. Il consiglio dell’autrice è quello di dare dei confini netti alle ore di lavoro. Io ci sto seriamente provando.

Ma anche: “[…] vale la pena, soprattutto durante i primi lavori, prendere nota del tempo effettivamente impiegato a fare quel lavoro.”.

Ciò ci aiuterà a darci un prezzo.

E riguardo al prezzo, uno dei consigli dati è quello di valutare anche i lavori gratis e non essere a riguardo necessariamente chiusi, perché a volte dal lavorare gratis possono nascere delle collaborazioni che poi verranno pagate. Credo che questo voglia dire, in qualche modo, fare networking. Mi sembra un consiglio valido ma bisogna ponderare davvero molto bene.

Vi lascio con una frase che mi ha fatto molto riflettere:

“I semi vanno sempre piantati, fosse pure nel cemento.”

La scorsa primavera, durante uno dei mercatini a cui ho partecipato, sono rimasta colpita nel vedere uno stand in cui i ragazzi non vendevano nulla, facevano pubblicità. Stavano sfruttando la loro postazione per raccontare il loro lavoro (realizzano articoli artigianali e personalizzati). Quel giorno ho imparato che ogni occasione deve essere sfruttata per parlare del nostro lavoro.

Da quel giorno, ai mercatini, mi spendo maggiormente nel raccontare, anche e soprattutto a chi non sta acquistando. Queste persone, non andranno via con nulla, forse non avranno nulla in mano, ma sapranno che ci sono, che faccio delle cose che potrebbero essere interessate ad acquistare in futuro. Il consiglio che vi lascio è questo, considerate il tempo dei mercatini un investimento in pubblicità, è una vetrina, qualcuno comprerà, qualcuno non si fermerà, altri sapranno che esistete e che potreste risolvergli un problema un giorno.